Mese: marzo 2015

Abdon Porte, “el Indio” che si sparò al cuore

Se entrate al Parque Central, stadio del Nacional Montevideo, ancora oggi potrete leggere uno striscione che dice così: “Por la sangre de Abdon”.

Abdon Porte, Nacional Montevideo

Quel Abdon è Abdon Porte, centrocampista uruguaiano classe 1880 e la sua storia inizia quando inizia l’era del calcio. Siamo in Uruguay, dove il football viene portato alla fine dell’800 dagli imprenditori inglesi. El Indio inizia a giocare a pallone sin da piccolo, fino a diventare uno dei migliori giocatori della nazione.

Gioca da centrocampista prima nel Colòn, poi nel Libertad, infine nel Nacional.

Diventa una colonna della squadra, titolare inamovibile, capitano e condottiero. Vince il campionato nel 1912 e poi per tre anni di fila dal 1915 al 1917. Sono gli anni più felici e più belli della sua vita. Porte è il simbolo della squadra. La sua bandiera in campo e fuori.

Chi pensa al Nacional Montevideo deve per forza pensare ad Abdon Porte.

El Indio lo chiamavano così per le linee del suo volto, dure, selvagge, grezze. E quel ruolo di capo tribù lo sente nella pelle. Colleziona 270 presenze con la maglia dei Tricolores. Tutti lo amano. Tutti lo acclamano.

Nel 1917 arriva la svolta. Vince il Campionato Sudamericano con la maglia della nazionale senza mai scendere in campo. Inizia ad andare in panchina anche con il Nacional Montevideo, scalzato dal giovane Alfredo Zibechi.

Erano anni in cui essere riserva voleva dire veramente essere ai margini. La squadra titolare era intoccabile, gli 11 giocano sempre, a meno di infortuni o squalifiche. Il turn over doveva ancora essere inventato.

Abdon Porte

Abdon Porte su quella panchina proprio non riesce a starci. Il suo fisico inizia a cedere all’età e quando entra in campo non riesce più ad incidere come una volta.

Iniziano le critiche, dagli stessi tifosi che lo avevano acclamato.

Il 4 marzo 1918 Porte gioca la sua ultima partita con il Nacional. 90 minuti in campo, vittoria per 3 a 1. Per festeggiare, come da tradizione, la squadra si raduna per una cena. Porte sembra felice come quando vinse per la prima volta il campionato nel 1912.

A fine serata però decide di non andare a casa.

Va al Parque Central, lo stadio del Nacional. Casa sua.

Scende sul prato, si mette nel cerchio di centrocampo e si spara un colpo al cuore, alle due di notte.

Lo trova il custode dello stadio. In mano aveva due biglietti, uno per la madre, l’altro per il presidente del club. Diceva così: “Nacional anche quando sarò polvere. E anche in polvere sempre amante. Non dimenticare mai un istante quanto io ti abbia amato. Addio per sempre“.

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Andreas Brehme, amico fragile

Quando i riflettori si spengono, resta solo l’uomo. Con i suoi fantasmi e le sue paure.

Quando i riflettori si spengono anche uno come Andreas Brehme, terzino sinistro tedesco campione del mondo nel 1998, si riscopre solo. E povero.

Andreas Brehme

Brehme è stato uno dei pilastri dell’Inter di Trapattoni. Arriva a Milano dal Bayern Monaco insieme a Lothar Matthaus. Sono in molti a non credere in lui. Ma il biondo terzino teutonico farà presto ricredere tutti. La fascia sinistra diventa il suo regno e grazie anche alle sue scorrazzate, i nerazzurri riusciranno a vincere nel giro di tre anni uno Scudetto, una Supercoppa Italiana e una Coppa Uefa.

Ma è il 1990 l’anno più bello per Brehme. Nei Mondiali che si giocano in Italia, la sua Germania arriva in finale con l’Argentina. Sarà proprio Brehme a segnare il rigore decisivo. Tedeschi campioni del mondo, Maradona battuto.

Dopo l’esperienza in nerazzurro andrà a Saragozza per poi finire la carriera nel  Kaiserslautern, la squadra che lo aveva lanciato nel grande calcio.

Appesi gli scarpini al chiodo iniziano i problemi. Brehme tenta la carriera d’allenatore senza successo. Il 2006 è l’ultimo anno che ricopre un incarico nel mondo del calcio: vice allenatore di Trapattoni allo Stoccarda.

Alcuni investimenti finanziari sbagliati fanno crescere vertiginosamente i suoi debiti.

Ecco l’altra faccia del calcio, del successo. Che prima ti coccola e ti vizia, poi ti abbandona quando non servi più.

Ad aiutare il terzino tedesco sarà Beckenbauer: “Tutti noi abbiamo la responsabilità di venire in aiuto di Andreas Brehme. Ha dato tanto al calcio tedesco e grazie a un suo gol abbiamo vinto la nostra terza Coppa del Mondo. Il calcio teutonico deve ora restituirgli quello che ci ha dato”.

Dopo mesi di un silenzio assordante, Oliver Straube, ex calciatore di Norimberga e Amburgo e oggi titolare di un’impresa di pulizie, esce allo scoperto: “Andreas ti serve un lavoro? Vieni a pulire i bagni”.

“Potrai lavare lavandini e sanitari, così capirai cosa significa lavorare davvero”.

Da calciatore Brehme non ha temuto nessun avversario, nessun attaccante, nessun portiere. Ma quando le luci della ribalta si sono spente, allora si, ha avuto paura. Solo contro i suoi fantasmi. Nel menefreghismo di tutti, molti dei quali appena dieci anni prima urlavano il suo nome allo stadio, è arrivata la mano di un amico.

Certo forse non era l’aiuto che si aspettava. Forse sarebbe stato più comodo per lui avere 200.000€ in contanti, sanare i suoi debiti e festa finita. Forse invece è questo il modo giusto per tornare a vivere.

È stato uno dei terzini più forti della storia del calcio. Ma ne è passato di tempo da quando all’Olimpico di Roma alzava in cielo, davanti a Maradona, la Coppa del Mondo. Oggi è tempo di vincere un’altra battaglia.

E poi sorpreso dai vostri “Come sta”
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,
tipo “Come ti senti amico, amico fragile,
se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te” ”

Fabrizio De Andrè – Amico Fragile

PANATHINAIKOS – “HORTO MAGIKO”

È uno tra i cori più cliccati su youtube. Tra i più famosi e tra i più belli. Stiamo parlando dell’Horto Magiko del Gate13, storica tifoseria del Panathinaikos.

Testo

Οοοοοοοοοοο
Είναι ένα χόρτο μαγικό
Δώστε μου λίγο για να πιω
Τον Πάο μου να ονειρευτώ
Και να φωνάξω στον Θεό

Παναθά μου σε αγαπώ
Σαν ηρωίνη σαν σκληρό ναρκωτικό
Σαν το χασίς το lsd
Για σένα Πάο μαστουρώνει όλη η Γη
ΠΑΝΑΘΑ ΜΟΥ – ΠΑΝΑΘΑ ΜΟΥ
ΣΕ ΑΓΑΠΩ – ΣΕ ΑΓΑΠΩ
ΟΠΟΥ ΚΙ ΑΝ ΠΑΙΖΕΙΣ ΠΑΝΤΑ ΘΑ ΣΑΚΟΛΟΥΘΩ – ΣΑΚΟΛΟΥΘΩ
ΠΑΟ ΕΔΩ – ΠΑΟ ΕΔΩ
ΠΑΟ ΕΚΕΙ – ΠΑΟ ΕΚΕΙ
ΟΠΟΥ ΚΙ ΑΝ ΠΑΙΖΕΙΣ ΠΑΝΤΑ ΘΑ ΜΑΣΤΕ ΜΑΖΙ – ΠΑΝΤΑ ΜΑΖΙ

Traduzione

È un’erba magica
fammela assaggiare un po’
per sognare il mio PAO
e gridare fino a dio

Panatha mio, ti amo
come l’eroina, come una droga pesante
come l’hashish, come lsd
per te PAO tutto il mondo è drogato, tutto il mondo

Panatha mio, Panatha mio
ti amo, ti amo
dovunque giochi ti seguirò, ti seguirò
PAO qui, PAO qui
PAO là, PAO là
dovunque giochi ti seguirò, ti seguirò

Così canta la storica Gate 13, gruppo di ultras fondato nel 1966. Seguono il Panathinaikos in casa e in trasferta ma soprattutto sia che si giochi a calcio che a pallacanestro.

Con la dittatura militare dei colonnellli, molti club di tifosi furono costretti alla chiusura. Il Gate 13 riaprì nel 1968, all’alba di un triennio che avrebbe portato il Panathinaikos, nel 1971, a giocarsi la Coppa dei Campioni contro la Stella Rossa.

I greci vennero sconfitti, ma il Gate 13 da quel momento sarà protagonista di un’ascesa tra i gruppi più forti, più temuti, più calorosi d’Europa.

Oggi sono gemellati con la Curva Sud della Roma